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Diciamolo

Ferro Magazine 2015

Diciamolo, viviamo nel paese più bello del mondo.

Si la Francia è Chic, gli Stati Uniti selvaggiamente sconfinati e la Svezia indubbiamente è piena di FIG…, insomma molto bella pure lei, ma l’Italia è un’altra cosa. Se su un’ipotetica enorme bilancia (senza sciocchi campanilismi) mettessimo solo Roma, Firenze e Venezia davvero non ci sarebbe storia e il piattino opposto con il suo contenuto schizzerebbe nella ionosfera. Cosa dite voi esterofili, rilanciate con Barcellona, Londra e Berlino? Ok, l’avete voluto voi, rilancio anch’io con l’azzurro della Maddalena, i boschi canadesi ma della Sila, i colori caciaroni di Napoli, la meraviglia del trentino oppure (non me ne vogliano i livornesi), Pisa e la sua torre biancastra e sbilenca. No cari miei è inutile andare a Tokio, se non si è visto il Salento o a Pechino se non si è stati in Umbria. In toscana ci sono statali che non sono state disegnate da ingegneri, le ha pensate direttamente Dio, lui in persona, il numero uno, fidatevi. Sono quelle strade che quando ti capita di farle in macchina e magari dallo stero senti Cinnamon Girl di Neil Young (si, sono antico), immagini quanto potrebbe essere bello in quel momento avere sotto al sedere una moto. Magari uno di quei ferri pieni di stile che piacciono a noi, coi raggi fitti, la vernice lucida, i doppi ammortizzatori cromati e uno scarico “solo leggermente” maleducato che canta magnifico come Pavarotti avrebbe fatto con un’opera importante.

Già, guido una scattante vetturetta nera, tra filari di cipressi vicino a Siena in direzione Pienza. La giornata è meravigliosa. Il sole è una sfera gialla. I cascinali sfilano ai lati come bellissimi uomini anziani intenti a giocare a bocce o a bere del vino rosso. Non serve andare veloci, no, non serve proprio superare i 50 e vivere di fretta tutta questa meraviglia. Tutti rispettano il limite, per una volta con piacere, incantati da un angolo che potrebbe esser stato dipinto un bravissimo pittore. Quando da dietro una curva eccoli. Li vedo dallo specchio tre macchine dietro la mia. Una colonna di quattro motociclette carenate. Non dico le marche, due giapponesi e due italiane. Belle e veloci. Molto veloci. Troppo veloci. Arrivano come missili terra/aria e obbligano a sbandare la VW di tedeschi (si quelle con il sarcofago di Ramsete sul tetto e le quattro biciclette aggrappate dietro) che stava sopraggiungendo dal lato opposto. C’è la riga bianca e continua, ma pare che non rappresenti un problema. Li vedo staccare come se stessero cercando di ottenere il tempo per qualche tappa del CIV. Luci rosse dai posteriori, pinzata profonda, e poi via grappoli di marce a salire e lancetta del contagiri (l’avranno avuto digitale lo so, ma mi sembra più poetico) che schizza verso la zona rossa. La curva manco a dirlo è cieca e a sinistra. Passano in tre e scatenano tutti i cavalli contenuti nel loro polso destro. C’è tanto di quel testosterone e adrenalina in quelle persone che a confronto i cervi che fanno a cornate per riuscire ad accoppiarsi paiono i morbidi cucciolotti usati per pubblicizzare la carta igienica. Uno resta indietro, dato che rischia il frontale con la corriera azzurra che sopraggiunge dall’altra parte e che protesta con il suo buffo clacson. La moto bianca frena, sbanda, perde giri e obbliga il furgoncino del fabbro davanti a me a sbandare pure lui. Mi sembra di vedere la rabbia dietro alla visiera nera del pilota, no non la paura, ma l’ira di essere stato rallentato, difatti appena la strada piega a destra parte in sorpasso a dueeottanta per raggiungere il resto del gruppo. Diciamolo: io sono un motociclista. Amo le motociclette, ci lavoro, ne scrivo e le dipingo pure, ma a volte fatico a capire e mi faccio delle domande. Il nostro paese come dicevo è meraviglioso anche perché l’Italia ha dei “cosi” bellissimi chiamati circuiti che sono stati furbamente distribuiti a macchia di leopardo sul suo territorio.

Si le piste, quelle strade chiuse al traffico dove non rischi di trovare lo Scania bulgaro che arriva dall’altra parte. Dove ci sono dei signori tanto gentili che con delle bandiere colorate che ti dicono se c’è pericolo. Tanto gentili che se per caso il mezzo davanti al tuo perde dell’olio, con una polverina magica chiamata filler, rendono di nuovo sicuro l’asfalto. Sono dei professionisti questi signori, alcuni sono bravi a spegnere il fuoco e altri, se vi sbucciate il ditone del piede sanno cosa fare per sistemare la questione. Questi posti magici hanno dei ristori, dove magiare le meraviglie gastronomiche del territorio e dove incontrare gente proprio come noi per parlare di tempi, pignoni e centraline. Come dite? Costano tanto? E’ sicuramente vero, quindi forza coi porcellini di terracotta. Il resto del caffè, del giornale del panino con la porchetta, così, quando siamo colti da qualche pruriginosa pulsione velocistica, forza col martelletto, e divertiamoci con sicurezza, per noi e per gli altri. Io intanto continuo a cinquantallora e riempio i Ray-Ban di Bellezza.

 

Stefano-Cash-Narra

 

P.S. Al chiosco alle porte del paese eccoli li fermi i 4 fenomeni. Tre da una parte e uno deriso dall’altra, il ritardatario. Canta Neil canta.

Ruote Blu

Camminavo domenica, mano nella mano con mia figlia. Dita sempre meno piccole per discorsi sempre più da grandi. Il mio fiato corto, contro i suoi passi sempre più lunghi. Il piccolo paese di montagna è ora un centro di mondanità.

Tennisti francesi, inglesi corone d’alloro per le polo degli uomini. Bianche, sono bianche quelle polo. Marroni invece sono le borse in pelle al braccio delle signore. Tutte uguali, con le effigi dorate che sanciscono il successo. Procediamo contro corrente, io e te, figlia mia.

Un torrente umano ci si contrappone, è finita la grande farsa domenicale. Nuovi santi profumati d’incenso escono dalla cattedrale e calano in piazza con l’abito buono per sottoporsi al rito pagano dell’aperitivo. Per mia colpa. Mia colpa. Mia grandissima colpa. L’assemblea è stata chiamata a fare ammenda. Pugno chiuso tre volte sul petto, forte, per marcare un’ipocrisia ugualmente forte, ugualmente potente. Si, hanno fatto tutti finta di crederci al Dio buono. Per sentirsi più puliti. Hanno fatto finta di credere al mastro libraio che tiene sotto chiave il tomo con scritta la verità senza però mai mostrarlo a nessuno. Al supremo che quando lo invochi non risponde. Al re che non concede mai la grazia, Al giudice implacabile che “dopo” non avrà pietà per uomo meschino, ma che per ora gli permette ogni scempio. Cammino stringendo il più prezioso tra i fiori la mano di Camilla, quando la mia attenzione è catturata da una carovana di ruote. Blu. Un serraglio allineato che racchiude, l’ironia del nostro vivere. Con passo lento tre donne anziane spingono dei carretti. Blu. Una satirica intonata cromia, di telaio, tessuto e ruote. Tutto blu. Senza conoscersi. Senza guardarsi, concentrate nel loro procedere. In fila per uno come gli Apaches sul sentiero di guerra.

La prima è attaccata ad un deambulatore, un tecnologico carretto costruito per camminare quando le gambe sono divenute pigre e non ce la fanno più. Quanto dolore c’è nel non essere più autonoma, quanto dolore è racchiuso in quelle ruote, in quelle pantofole di cuoio floscio ingentilite da fiorellini colorati. La seconda donna spinge un carrello dalla spesa. Blu. Quei carrelli oramai sempre più vuoti che tutti noi abbiamo visto nei mercati rionali. Chissà cosa può aver contenuto in passato quel grosso sacco. Quella borsa con manico in plastica e ruote blu. Carciofi, deliziosi tagli di carne per l’arrosto delle feste o magari del baccalà sottosale, il piatto di cui era ghiotto suo marito che Dio l’abbia in Gloria. Una ricetta semplice semplice. Una notte immerso nell’acqua per ripulirlo dal sale e poi olio, olive, pinoli e nel piatto dell’ipnotica polentina bianca. Quanto le veniva bene il baccalà. Ne faceva sempre un po’ di più per portarlo alla signora del quarto piano, quella che quando tornava dalla puglia le regalava sempre le melanzane sottolio fatte da sua sorella alla “maniera paesana”. La terza donna sorride. Spinge un paseggino. Vuoto e blu.

Un nipote, un germoglio umano. Che imparerà a parlare, a correre, ballerà ai concerti, si ubriacherà, leggerò poemi, arrossirà per uno sguardo e amerà una persona, uomo o donna che sia non fa alcuna differenza.

Già. Gialle sono le patatine nel vassoio. Verde acceso la granita nella coppa di fronte alla donnina bonsai che condivide il tavolo con me. Un rosso anziano riempie il mio bicchiere cilindrico. Un liquido alcolico che racconta una Milano che oramai non esiste più. Grigio è il tavolo. Rettangolare e in metallo. Già ma oggi ricorderò solo delle ruote, una carovana di ruote. Blu.

 

Stefano-Cash-Narra

Conversione a U

Ferro Magazine 2015

Avevo 14 anni e volevo il Malaguti, parliamo dell’82 dato che ora di anni ne ho 47. Preparavo per mio padre delle trappole tipo Vietcong per far trovare Motociclismo aperto proprio su quella pagina che descriveva il Malaguti 50, il MIO Malaguti 50. Ritagliavo i loghi dalla pubblicità e con la pellicola trasparente facevo degli adesivi e tappezzavo la Fiat 128 di papà. Una pubblicità ben poco subliminale. Adesivi Malaguti ovviamente. Aveva le marce e il manubrio importante, era una moto vera, solo che era 50cc l’oggetto dei miei sogni. Papà non me lo comprò mai, il Malaguti, mi portò a casa un SI piaggio color canna di fucile al quale cambiai immediatamente la marmitta con una Polini contorta che pareva una cornamusa, ma che mi fece al contempo guadagnare ben un cavallo e mezzo alla ruota. Mi sentivo figo come Fonzie di Happy Days, con il mio SI sotto al CU…, insomma tra le gambe. Quante discussioni con il benzinaio se la miscela al 2% andava bene o sarebbe stato meglio ingrassarla al 4. Con il motorino ero diventato grande. Andavo al lago da solo, alle grigliate con gli amici, accompagnavo a casa le ragazze driblando i vigili dato che il SI era omologato solo per uno e, diciamolo piano, sotto la sella ci stavano pure le sigarette. Imparai a piegare, mica sempre per verità. Ho imparato anche quanto fa male e quanto grattugia l’asfalto. Tutti abbiamo cominciato così. Tutti noi che leggiamo in questo momento, magari con i calzoni calati seduti sulla tazza. 50, 125, 175, 2emmezzo, 3ecinquanta, 500 e 750 ecco fatto, così si fa nascere un motociclista. Così, sono nate generazioni di bikers. Asciugatevi la lacrimuccia lo so che è che è andata proprio così. Se ora avete un bicilindrico nel garage che sia inglese, italiano, tedesco o americano, dovete ringraziare il vostro Caballero 50. La vostra vespa ET3, o il CIAO con i buffi pedali con i catarifrangenti che (non fate finta di niente) toglievamo per accenderlo a spinta, che faceva mooolto più figo. Ma ora non è più così. Vostro figlio vi ha mai chiesto il motorino? Vi ha forse mai massacrato per avere delle ruote con un propulsore al centro, incapsulato magari in un’orgia di plastica accattivante e colorata?

Io credo di No. Eccolo, il problema. Semplice semplice. Da veicolo per socializzare, irrinunciabile per perdere la verginità prima dei diciott’anni, il cinquantino è diventato “solo” un comodo veicolo che consuma poco, che si parcheggia “facile” con il quale orde di professionisti (con le loro cravattine svolazzanti o con il tacco 12 se femmine), calano in città per andare a lavorare. Mancano purtroppo gli adolescenti. Oggi non serve più andare fisicamente in un posto per fare amicizia, per incontrare persone o magari la biondina con gli occhi azzurri incrociata nel corridoio a cavallo tra l’ora di storia dell’arte e quella di greco. Oggi ci sono gli smartphone, gli Ipad e i social. Le comunità si riuniscono dal calduccio delle camerette, mica come noi dinosauri con il chiodo con le crepe per il gran freddo e con la punta delle dita e le rotule surgelate e pronte per essere messe nel bicchiere dello Scotch. Serve una conversione a U, riportiamo i ragazzi in moto, facciamoli di nuovo innamorare dell’aria sulla faccia, della vita in presa diretta e non filtrata da un comodo sicuro e passatemelo triste schermo di un telefono ultima generazione. Creiamo di nuovo i motociclisti. Per favore.

Stefano-Cash-Narra

P.S. AAA. Cercasi Malaguti 50 ben tenuto permuto con Commodore 64.

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